Piero Camerone
La littorina, Milano e il mare in agosto
Sono venuto da lontano, ho attraversato cieli intravisti chissà da quale ambizione, orizzonti che hanno scalato l’anima, la sera, l’idea che mi sono fatto del tempo, del mondo.
E se tutto questo è vero significa che ho conosciuto la vita, che altro potrebbe dirsi!?
Resta la malinconia per tante cose, una preziosa fragilità, quel desiderio di essere con gli altri che alla fragilità cambia natura, quando le parole raccontano un cielo da condividere, persino il lampo, i casermoni alle periferie, le processioni sulle tangenziali, e nubi basse come reticolati in tempo di notte.
Ho viaggiato da queste parti e non c’è altro cui ambire, se non la cosa più difficile. Incontrarsi ancora che c’è tanto da fare per imparare davvero ad amare sotto qualsiasi cielo.
Conosco la mia vita come una stazione immaginata, nei cui antri è fissato un orologio che vengo a lucidare talvolta con un’idea nuova da mettere nel bagaglio. Le valige che porto sono ciò che credo essere per me il significato degli altri, del quaderno, della penna per scriverci, del libro che non ho ancora conosciuto, e di altri molteplici incontri nell’eventualità di giorni memorabili o dimenticati…
Lascerò a mia figlia questo avamposto, il lavoro scolpito in cui ho voluto credere. Lei saprà cosa farne.
La corsa di quando sono stato ragazzo ancora vive, sul pendio di un prato incolto al limitare di sparute case.
Una corsa esile e leggera, come il mio cuore di allora innocente e senza croci.
Ogni momento mi appartiene, non buttando via niente, perché niente ritorna.
Ci vuole un cuore grande per vedersi crescere.
Ho avuto incontri
pensieri mai scritti
hanno accompagnato la vita
mi hanno insegnato tutto.
Non restituirò niente.
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